Pagina:Lucrezio e Fedro.djvu/25


di Tito Lucrezio Lib. V. 11

     Dal suo seggio sturbarlo, e fin dall’imo
     260Scuoterlo, e volger sottosopra il tutto:
     Il finger, dico, queste cose, ed altre
     Molte a lor somiglianti è, s’io non erro,
     Un’espressa pazzia. Poichè qual utile
     Può mai la nostra grazia a gl’immortali,
     265E beati apportar, ch’a muover gli abbia
     Ad oprar cosa alcuna a pro degli uomini?
     E qual mai novità tanto allettargli
     Poteo, che dopo una sì lunga quiete
     Da lor goduta per l’innanzi, il primo
     270Stato bramasser di cangiare in meglio?
     Conciossiachè piacer le cose nuove
     Debban solo a colui, che dall’antiche
     Ha qualche danno. Ma chi visse innanzi
     Sempre lieto e contento, e mai soggetto
     275A travagli non fu, come? e da cui?
     Quando? e perchè d’una tal brama acceso
     Esser poteo? Forse, mi credo, allora
     In tenebre la vita, ed in tristezza
     Giacque, infin che la prima delle cose
     280Origine rifulse. E qual avrebbe
     Dato all’uom nocumento il mai non essere
     Uscito a respirar l’aure vitali?
     Posciachè ben conviensi a ognun, che nasce
     Il procurar di conservarsi ’n vita,
     285Finchè gioie e diletti inebrian l’alma;