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di Tito Lucrezio Lib. VI. 105

     610Acciò quindi vicin l’aspre percosse
     Meglio del telo suo limiti al segno?
     In oltre ond’è, che in mar gli avventa, e l’acque
     Travaglia, e ’l molle gorgo, e i campi ondosi?
     E s’ei vuol, che del fulmine cadente
     615Schivin gli uomini i colpi, a che no ’l vibra
     Tal che tra via si scerna? E s’improvviso
     Vuol co ’l foco atterrarne, e perchè tuona
     Sempre da quella parte, onde schivarsi
     Possa? E perchè di tenebroso e denso
     620Manto innanzi ’l ciel copre, e freme, e mugge?
     Forse creder potrai, ch’egli l’avventi
     Insieme in molte parti? O forse stolto
     Ardirai di negar, ch’unqua avvenisse
     Che potesse più fulmini ad un tratto
     625Dal cielo in terra ruinar? Ma spesso
     Avviene; e benchè spesso avvenga, è d’uopo,
     Che siccome le piogge in molte parti
     Caggion del nostro mondo, anche in tal guisa
     Caschin molte saette a un tempo stesso.
630Al fin, perchè degli almi numi i santi
     Templi, e l’egregie lor sedi beate
     Crolla con fulmin violento, e frange
     Spesso le statue degli Dei costrutte
     Da man dedalea, e con percossa orrenda
     635Toglie all’immagin sue l’antico onore?
     E perchè tanto spesso i luoghi eccelsi