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canto decimoquinto

L’avrei del tutto, ove più fine ingegno
Dato avesser le sorti ai miei fedeli.
235Cederem noi per questo? All’uom, già vile
Schiavo e strumento d’ogni mio disegno,
Noi, vili or fatti, piegherem la nostra
Già ferrata cervice? Alcun non sia
Che in cospetto me’l dica! Uom, che alla prima
240Faccia del mal muto s’accascia e trema,
Pusilla anima è detta; a noi, che tanta
Fama abbiam di sagaci, e siam beati,
Qual degno nome si addiría? Son troppe
Le dolcezze del ciel perchè alla prima
245Si conceda al nemico! Abbiam rispetto
Prima a noi, poscia a Dio, dalla cui larva
Già difesi imperammo. Inutil sono
Le braccia e l’armi? E che però? Ne avanza,
Possente arma, l’ingegno. È disperata
250Cosa la pugna? Usiam l’arte e la frode:
Mal, che torni a vantaggio, al ben somiglia. —
    Tacque, e le man si stropicciò.
                                         — Son d’oro
Le tue parole, a lui rispose il senno
Del pastor di Montalto, e assai per fermo
255Io ne lodo il valor; ma la patente
Sconfitta che vicina e certa io sento,
E meco ognun, tu non dirai che sia
Sorte miglior d’una latente fuga.
Pria la vita, indi il regno. Io, sin che filo
260Di memoria e di spirto il cor mi regga,
Non dispero acquistar quanto or si perde;
Campar dunque fa d’uopo. —
                       — Altra io non veggio
Via di salute, il pio Ghislieri aggiunse,
Che la via del fuggir!
                            — Così ne fosse,



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