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canto duodecimo

Al gagliardo agitar di venti avversi
595I propositi miei, già non direte,
Che sopraffatto o paventoso io pieghi:
Fermo son io, siccome il sole; e questo
Fiato di libertà ch’oggi vi assento,
Vuo’ che qual liberal dono s’accolga.
600Di che perigli il regno mio sia cinto
È noto a voi, che spennacchiato e stracco
Redir vedeste un giorno ai nostri alberghi
L’Arcangelo Michel, già sì tremendo
Fulmin di guerra e condottiero invitto
605Delle nostre legioni. A lizza estrema
Col superbo Lucifero si spinse
Ardimentoso, e gli ridea negli occhi
La securanza del tríonfo: inerme,
Rotto dal lungo battagliar co’ flutti
610Gli si opponeva il gran Ribelle, e un ghigno
Solo, un sol ghigno a debellar gli valse
L’adamantina ira celeste. Io taccio
L’altre sconfitte, e la più grande e indegna
Per avventura e più recente: io stesso,
615Io l’eterno Signore, io... ma gagliardo,
Onnipossente ed infallibil sono
Siccome un dì! Solo provar voll’io...
Ne fu vana la prova; e alcun non osi
Ricercar con profano occhio gli abissi
620Del mio pensier! Questo saper vi giovi,
Che il mio nemico, il gran ribelle è in Roma! —
    Disse, e un sospir traendo, giù di peso
S’abbandonò su le soffici piume,
A cui di sotto scricchiolâr compresse
625L’agili spire dei cedenti ordigni,
Che di acciaro eran tutti. A quella guisa
Che fra un popolo avvien, se scosso un ferreo
Giogo di servitù, sfrenasi ai novi



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