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lucifero

Dilungate di là, Momi impudenti
Dai mordaci sarcasmi, e non osate
Dar condito di burle al vulgo iniquo
620Il mister di quei petti: ad accoppiarsi
Tendon l’anime erranti; e chi no’l crede,
Ne dimandi a Platon!
                             Ma oscuro e muto
Sui soffici divani a poltrir forse
Venne il divo cantor? Tolgalo il senno
625Aureo di lei, che è sol suo studio e vanto!
Ai secreti colloquj, agli ansíosi
Aleggiamenti degli eretti ingegni
Serban le Grazie altr’ore; aman gli opachi
Vetri le Grazie e le socchiuse imposte,
630Da cui, non dispregiato ospite, il mite
Profumo entri dei fiori, e a cui dan velo
Con fantastici giri i rampicanti
Convolvoli azzurrini e l’ampie tende
Non indocili all’aure. Ora è ben questa
635Di saettar co’ gloriosi raggi
Gli sparsi in quella sala astri minori;
Ora è d’aprir con l’armonia dei versi
L’alme alpestri dei padri e dei mariti.
    Come soglion d’intorno a un’iridata
640Bolla, che con sottil fiato dall’alto
Del suo balcone il fanciullino espresse,
Correre ed affollarsi e spiccar salti
Gl’inquíeti monelli; e mentre incerta
Pende quella su l’aure, e al Sol si pinge
645Di tremuli colori, impazíenti
Lanciano i berrettini, e fanno a gara
A chi primo l’aggiunga; in simil guisa
Corsero tutte, e s’attruppâr d’intorno
Al tonante cantor damine e spose.
650Ecco, egli accenna, ei legge; attenti, udite:



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