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capitolo v 177

     e poi quella virtú che vien dall’alto
gli diede spirto, e nacquene un ranocchio,65
e innanzi agli occhi nostri prese un salto.
     Come Ulivier gli pose addosso l’occhio,
disse: — Io ne debbo avere il corpo pieno,
ché gorgogliar lo sento. — Or ve’ capocchio!
     Poco con noi quelle due ombre stiéno:70
ripigliando a gran passi la lor via,
sparir degli occhi in men che in un baleno.
     Mostrommi il duca mio un che venía;
ed io, come gli vidi il calamaio,
dissi: — E’ convien che questo notaio sia. — 75
     Ed egli a me: — Come di’, è notaio;
s’egli sta a desco molle a suo contento,
se non è ebro, io non ne vo’ danaio.
     E’ fu rogato giá del testamento
che fece il Rosso a Ciprian di Cacio,80
benché non era in suo buon sentimento. —
     Poi lo chiamava a sé, e diegli un bacio,
e disse: — Ser Domenico mio bello,
piú caro a me che non è al topo il cacio;
     tener non vi vo’ piú, però che quello85
disio che vi fa ir veloce e presto
so vi consuma, mentre vi favello. —
     Partí sanza dir altro, detto questo.
Ed eccoti venir cinque ad un giogo:
un di lor parla sempre, e cheti il resto.90
     Come, tornando da pastura al truogo,
corrono i porci per la pappolata,
cosí costor per ritrovarsi al luogo.
     Quando piú presso a noi fu la brigata,
quel che parlava disse: — Dio v’aiuti: — 95
e ’l ser gli fece una grassa abbracciata.
     Ecco giá gli altri al par di noi venuti,
e volevan parlar; ma non gli lascia
quel che avea dato a noi primi saluti.


Lorenzo il Magnifico, Opere - ii. 12