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ii - comento sopra alcuni de’ suoi sonetti 69

cosí gli occhi della donna mia cosí dipinto il mio cuore e cosí bello convertissino in un duro adamante. Bisogna adunque intendere, per la pittura di tante belle e dolcissime cose nel mio cuore, i pensieri ch’erano in lui e la immaginazione di quelle tali cose. Li quali pensieri essendo pieni di somma dolcezza, il cuore desiderava si conservassino in lui e durassino a guisa della durezza d’uno adamante, e che nuovi e molesti pensieri non succedessino e cacciassino quelli ch’erano dolci, come spesse volte adiviene negli amanti, i quali comunemente brieve tempo si preservano nel medesimo stato.

     Belle, fresche e purpuree viole,
che quella candidissima man colse,
qual pioggia o qual puro aer produr vòlse
tanto piú vaghi fior che far non suole?
     Qual rugiada, qual terra o ver qual sole
tante vaghe bellezze in voi raccolse?
onde il suave odor Natura tolse,
o il ciel che a tanto ben degnar ne vuole?
     Care mie violette, quella mano
che v’elesse infra l’altre, ov’eri, in sorte,
v’ha di tanta eccellenzia e pregio ornate.
     Quella che ’l cor mi tolse e di villano
lo fe’ gentile, a cui siate consorte,
quell’adunque e non altri ringraziate.

Fu non solamente la donna mia sopra tutte l’altre bellissima e dotata di degnissimi modi ed ornati costumi, ma ancora piena d’amore e di grazia. E puossi veramente di lei affermare che era tanto eccellente in tutte le parti che debba avere una donna, che qualunque altra donna, che fussi suta cosí perfettamente dotata di una parte sola di tante che n’avea la donna mia, sarebbe suta tra le altre eccellentissima. E che fussi, come abbiamo detto, tutta piena d’amore e di grazia, oltre a molti altri evidentissimi segni, mi accade nel presente sonetto fare menzione di uno singularissimo dono e a me gratissimo. E questo fu che, essendo io stato per qualche tempo per alcuno accidente sanza potere vederla, quasi ero diventato cosa insopportabile, né sanza pericolo