Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/178

172 iii - rime

xxxiii

[Meglio è non conoscere le dolcezze d’Amore, che esserne poi del tutto privato.]


     Meglio era, Amor, che mai di tua dolcezza
provassi alcuna cosa o del tuo bene:
ch’è facil cosa a sopportar le pene
all’alma lungo tempo al male avvezza.
     Cosí piú si disia e piú si prezza
il ben ch’altri conosce, onde ne viene
piú doglia al cor, se quel possiede e tiene
Fortuna il vieta, lo interrompe e spezza.
     Quel che giá disiai nol conoscendo,
m’avea condotto assai vicino a morte,
cercando quel che m’era incerto e nuovo:
     or ch’io l’ho visto, lo conosco e intendo;
pensa, Amor, quant’è dura la mia sorte,
poi che privato di tal ben mi truovo.


xxxiv

[Lo abbandonano anche i dolci pensieri d’amore.]


     Dolci pensier, non vi partite ancora:
dove, pensier miei dolci, mi lasciate?
sí ben la scorta ai piè giá stanchi fate
al dolce albergo, ove il mio ben dimora?
     Qui non Zeffiro, qui non balla Flora,
né son le piagge d’erbe e fiori ornate:
silenzi, ombre, terror, venti e brinate,
boschi, sassi, acque il piè tardano ognora.
     Voi vi partite pur, e gite a quella,
vostro antico ricetto e del mio core:
io resto nelle oscure ombre soletto.
     Il cammin cieco a’ piedi insegna Amore,
che ho sempre in me, dell’una e l’altra stella,
né gli occhi hanno altro lume che l’obietto.