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152 iii - rime

xiv

[«Lieve cosa è mutar il lieto in orrido».]


     L’arbor che a Febo giá cotanto piacque,
piú lieto o piú felice ch’altre piante
e per se stesso e per suo caro amante,
umbroso e verde un tempo in terra giacque.
     E poi non so per cui difetto nacque,
che Febo torse le sue luci sante
dalla felice pianta e ’l bel sembiante,
ond’è cagion d’assai lacrimose acque.
     Cangiâr colór le liete e verdi fronde,
e ’l lauro, ch’era prima ombroso e florido,
si mutò al mutar de’ febei raggi.
     Le pene sempre son pronte e feconde:
lieve cosa è mutar il lieto in orrido,
onde convien ch’ogni speranza caggi.


xv

[Vive in perpetua contradizione con se medesimo.]


     Io seguo con disio quel piú mi spiace,
e per piú vita spesso il mio fin bramo,
e per uscir di morte morte chiamo,
cerco quiete ove non fu mai pace.
     Vo drieto a quel ch’io fuggo e che mi sface,
e ’l mio nimico assai piú di me amo,
e d’uno amaro cibo non mi sfamo,
libertá voglio e servitú mi piace.
     Tra ’l foco ghiaccio, e nel piacer dispetto,
tra morte vita, e nella pace guerra
cerco, e fuggire ond’io stesso mi lego.
     Cosí in turbido mar mio legno reggo:
né sa tra l’onde star né gire a terra,
e cacciato ha timor troppo sospetto.