Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/111


ii - comento sopra alcuni de’ suoi sonetti 105

sommamente, come grata, retribuí qualche gratitudine a tutte le cose che avevano avuto parte e cagione di tanta dolcezza. E però all’erba e fiori, che sanza durezza e morbidamente avevono ricevute le sue membra, e fattali cosí ornate piume e delicato letto, dette un dono gratissimo, d’essere sute tócche e premute da sí pulite membra. L’aura, che aveva mosso gli arbori e rinfrescato l’aria, similmente toccò il suo bellissimo corpo. L’ombre ancora, sopra a quel viso bellissimo e l’altre membra a loro piacere errando, erano vaganti. Restava solamente la quercia, non minima cagione di questa dolcezza, perché era suta cagione dell’ombre, le quali avevano sumministrato a quel bel sonno; ed, acciò che questa ancora sanza parte di premio non restassi, gli occhi della donna mia consecrorono ad Amore, liberandola dalle percosse e impeti de’ fulmini e tempestose saette. Perché la quercia, essendo l’arbore di Giove, piú spesso è percossa che gli altri alberi dalle sue saette; il luogo delle quali, da quel tempo in qua che soprastette a quelli belli occhi, sará piú tosto ricettaculo delle saette amorose, poiché quelli occhi grati ad Amore l’hanno consecrata.

Perché nel primo sonetto non è fatta menzione alcuna del praticello sopra il quale giaceva la donna mia, né dell’aura soavissima, due cagioni, secondo abbiamo detto, assai efficaci di quello bellissimo sonno, perché è difficile fare capace la brevitá del sonetto di molte cose, se ne fa menzione nel seguente che comincia: «Odorifera erbetta», ecc., dove si vede che con somma dolcezza il mio pensiero rimembrava tutti quegli amorosi accidenti; né sanza qualche invidia di quell’erba e fiori mi s’appresentò quell’atto, che fussi ricevuta da loro la donna mia cosí dolcemente affaticata. E però, volgendomi a quell’erba e fiori, chiamandola odorifera e ponendo la varietá de’ fiori simile alla distinzione che fanno le stelle nel cielo sereno, si dá quella proprietá quasi che può avere il prato, cioè l’odore e la bellezza. E, perché abbiamo detto che la donna mia, cosí giacendo, ebbe qualche amoroso pensiero di me, e questo era impossibile a sapere, se non perché ove è pensieri s’introduce Amore per testimone di questa occulta visione, come quello che udí parlare cautamente la donna mia di me, che, per essere degno d’entrare