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LEZIONE PRIMA


Dovendo io, come io vi dissi, ascoltatori nobilissimi, in quel ragionamento che io ebbi domenica passata con voi, esporre e interpretare, per l’ordine di chi può comandarmi, la non manco dotta che bella Comedia del nostro Dante, e desiderando di sadisfare il più che io posso a tal debito, mi è parso cosa non solo conveniente, ma molto necessaria, incominciarmi dal principio di quella, sì per consistere gran parte della difficultà in quello, si fabricherebbe di poi da me lo edificio della esposizione di questo poema senza proporzione e senza ordine alcuno. E avendo oltre a di questo considerato, come la maggior parte de’ buoni e più lodati espositori hanno sempre usato nelle esposizioni loro, innanzi che comincino a interpretare e dichiarare il testo, ragionare e trattare alcune cose, le quali son lor parute tanto utili e necessarie a l’intendimento di quello, ch’e’ l’hanno chiamate o a la greca prolegomena, o a la latina proloquii (la qual voce suona nella nostra lingua cose da favellarne innanzi), e noi secondo il mio giudizio le possiamo chiamare preambuli (usando noi, quando uno, innanzi ch’egli ti favelli d’una cosa ch’egli vuol dirti, fa qualche presupposto o qualche ponte di parole, dire: egli ha fatto un preambulo), mi son resoluto ancora io similmente, avanti che io venga a l’esposizione del testo, ragionarvi di alcune cose, senza notizia delle quali sarebbe a me molto più faticoso lo esporlo, e a voi di gran lunga più difficile lo intenderlo. Ma dove tali cose sono state ridotte da alcuni di loro, come fece Averrois nel principio della fisica,