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una lettera che ha la data del 9 di maggio 1562, ed è tra le pubblicate dal prof. Agenore (pag. 431), pregandoli che lo avvertissero di quelle cose che nei Capricci fossero da emendare, e subito le avrebbe emendate senza alcuna resistenza. Fu quello il penultimo anno della sua vita; e la docilità sua nel riprovare ciò che a Roma era stato censurato, e forse anche la mutilazione, non so bene se spontanea o imposta, del brano sopra notato, lo preservarono dai rigori del Santo Uffizio.

Ancora sotto il consolato di Agnolo Borghini, e perciò nell’anno 1554, il Gelli fece poi la sua seconda Lettura. La quale incomincia, come la prima, con una orazione sul vero e proprio concetto dello Inferno Dantesco; e seguita esponendolo in dieci lezioni, dal verso 76 del Canto secondo infino a tutto il Canto quarto. Ma questa Lettura, anzi che terminata, venne sospesa per la guerra di Siena; e se ne chiude la lezione decima col dire, che vedendo correr tempi tanto travagliati, si riserbava a più quieta stagione lo esporre il resto.

Questa Lettura seconda fu stampata dal Torrentino nel 1555; ma solo nel seguente anno 1556 il Gelli ripigliò il suo ufficio accademico, e fece la terza Lettura, e nel medesimo anno la stampò, sotto il consolato di quell’Antonio Landi, il quale già ebbi opportunità di nominare. Anche a questa Lettura terza è premessa un’orazione, dove si da lode a Dante, perchè dalla presente misera e fugace vita c’induce a considerare qual sarà la vita nostra oltremonadana e immortale. Le vengono poi appresso dieci lezioni, con cui la interpretazione dello Inferno corre dal Canto quinto sino al verso 96 del settimo, là dove si dichiara quel che veramente sia la fortuna, e come e perchè accadano le sue tante e spesso inesplicabili mutazioni. Ma dopo la terza Lettura il Gelli non