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della crusca xv

tra, che nella seconda fu omesso un brano assai vivo della dedicatoria, dove il Gelli parlando della stima che si fa degli uomini dotti e virtuosi nelle Corti de’ principi, aveva distinti i principi secolari dagli spirituali; e di questi con poco rispetto aveva affermato, che la maggior parte «avendo per fine principale il convertire prodigamente in uso e comodo proprio tutto quello che arebbe a servire, parte al culto divino, parte ad essi, e parte al sovvenimento di quei popoli d’onde ei lo traggono, allora cura non tengono, nè fanno altrimenti stima alcuna de’ litterati e degli amatori delle virtù, che il tenergli per servidori, non per affezione ch’e’ portino a quegli, ma solo perchè e’ pensano che lo averne per le loro Corti arrechi loro o lode e onore.» Onde protestava che contento del pane che gli veniva dalle fatiche delle sue mani, non aveva mai voluto «non che servirgli, ma nè corteggiarli pure.» Questa invettiva, la quale in modo chiarissimo andava a ferire la Corte Romana, e che ha riscontro in varii altri luoghi delle opere Gelliane; e più specialmente là dove si parla delle pene degli avari, e dove si descrive la statua del vecchio che volge le spalle a Damiata e il viso a Roma, questa invettiva, io dico, fu intieramente soppressa nella edizione del 1562. E non è senza notevole significato la coincidenza di tal soppressione con un altro fatto, riferito da Agenore Gelli nella vita del nostro autore, cioè che appunto nel 1562, per ordine del Concilio di Trento, e per giudizio di Monsignor Beccadelli e del Vescovo di Lerida, furono posti all’indice de’ libri proibiti i Capricci del Bottaio, che il Gelli aveva scritti e mandati a stampa da circa venti anni, e de’ quali si erano fatte tra il 1546 e il 1551 ben cinque edizioni. Addolorato per questa condanna, scrisse il Gelli a Monsignor Beccadelli e al Vescovo di Lerida