Pagina:Letturecommediagelli.djvu/14


II


Fa maraviglia a pensare quanto l’amore di Dante affini gl’ingegni, e dia loro forza e lena alle cose più ardue. Noi vogliamo adesso un gondoliere veneto, rapito dalle bellezze della Divina Commedia, consecrare allo studio di essa le ore che ruba al sonno, o che gli rimangono tra l’uno e l’altro esercizio del suo faticoso mestiere; e tanto addentrarsi nel poema Dantesco da saperlo esporre in pubbliche adunanze tra gli applausi di numerosi ascoltatori, e darne anche per le stampe qualche sua interpretazione. E il secolo XVI vide un calzaiuolo fiorentino accendersi del suo Dante; e questa passione farsi in lui così viva, che per gustarlo maggiormente consumò sui libri, anche i più astrusi e difficili, il tempo che altri dedica al riposo e ai divertimenti; onde senza smettere l’arte aua acquistò fama, non solamente di gran letterato, ma eziandio di filosofo profondo. Questo calzajuolo fu il nostro Giovan Batista Gelli. Il quale ci narra egli stesso, che l’amore ch’egli portò sempre a Dante fu la prima e principal cagione che gli fece imparare quel tanto che seppe. Imperocchè solamente la brama d’intender gli alti e profondi concetti del suo divinissimo poeta lo messe, in quella età nella quale l’uomo è più dedito, che in alcun’altra, e inclinato ai piaceri, e nella professione ch’egli faceva, tanto diversa dalle lettere, a studiare la lingua latina, e di poi a spendere tutto il tempo, che poteva tòrre alle sue faccende, intorno alle scienze e alle buone arti; giudicando egli, che il volere intendere senza quelle il pomea di Dante fosse come un voler volare senz’ali, o navigare senza bussola e senza timone. E con lui attendeva ai medesimi studii, ed ora eguale