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è lecito, per superare gli altri, commettere ogni ingiustizia e ogni violenza. E qui ei dice che quella speranza che gli avevan dato e la dolcezza della stagione e l’ora del mattino, onde egli si prometteva ottener la vaga pelle di questa lonza, non era però tale, che la vista gli apparve di questo leone, il quale veniva verso di lui

Con la testa alta e con rabbiosa fame,
Sì ch'ei parea che l'aere ne temesse,

non lo spaventasse, e non gli desse gran paura. Da le quali parole si cava, ch’egli non è cosa molto difficile a coloro che hanno lo spirito elevato e contemplativo, come era quello di Dante, conoscendo quanto i piaceri venerei sieno notevoli e biasimevoli a l’anima, al corpo e a la fama, superargli e con l’esercizio de’ buoni costumi dicacciargli da sè; ma lo appetito de gli onori apparisce, per il contrario, tanto lodevole e onesto (la qual cosa è quasi il propio fine di chi attende a le speculazioni e a l’opere virtuose), ch’egli è cosa difficilissima il liberarsene, o il saperlo moderare e temperare. E però dove ei disse della lonza solamente ch’ella si gli fece incontro allettandolo con la bellezza e vaghezza della sua pelle, ei dice del lione, ch’ei pareva ch’egli gli venissi incontro con la testa alta; dimostrando oltra di questo più chiaramente la natura della superbia, la quale vorrebbe essere sempre superiore a ciascuno;e con rabbiosa fame; imperò che come i cani, i quali sono (come noi usiamo dire vulgarmente) arrabbiati, mordono indifferentemente ognuno, così ancor quegli che si lasciano infiammare senza moderazione alcuna l’animo da questa cupidità insaziabile de gli onori e del regnare, non perdonano e non hanno rispetto a cosa alcuna, pur che eglino saziino e adempino le voglie loro. La qual cosa volendo egli ancora meglio esprimere, soggiugne:

Sì ch'ei parea che l'aere ne temesse;

dimostrando per mezzo di questa figura, chiamata iperbole (la quale concede ch’ei si possa usare per accrescimento e amplificazione d’una cosa questi simili modi di favellare, come