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solamente quel che ci pare (ai quali fece Aristotile quella bella risposta, che se ei non è cosa alcuna certa, ei non è ancora, secondo il lor detto, medesimamente certo quel che dicono eglino); altri che sapevan solamento ed eran solamente certi di questo, ch’ei non sapevan nulla; altri che cominciavano appunto a imparare, quando la morte gli sopraggiunse; e chi una cosa, e chi un’altra. Da le quali opinioni si cava manifestamente, da chi le considera con diligenza, che chiunche è camminato per queste peregrinazion della vita umana senza la guida del lume divino, è camminato per una selva non manco oscura nè manco selvaggia e aspra, che questa la quale descrive il Poeta nostro. Il quale rispondendo dipoi, come è costume de’ buoni Rettorici, a una tacita obbiezione, la quale gli potrebbe esser fatta, dicendo ch’egli non doveva entrare nè lasciarsi smarrire in essa selva, per avere dipoi così forte a dolersi del poco accorgimento o della mala elezione sua, soggiugne:

Io non so ben ridir come io vi entrai;
    Tanto era pien di sonno in su quel punto,
    Che la verace via abbandonai.

Nella qual cosa non poteva egli ancora (volendo mostrare come egli uscisse della via retta e del vero sentiero della religione cristiana, per il quale egli era stato indiritto nella sua puerizia da’ suoi maggiori, ed entrasse in tal confusione) usare esempio alcuno più accomodato e più a proposito, che questo del sonno, dicendo ch’era inviluppato di tal sorte in quello, quando egli entrò in essa selva, ch’ei non sa dir come egli vi si entrasse. Il che volendo noi intendere perfettamente, bisogna vedere prima, che cosa sia propio il sonno; e dipoi, per qual cagione egli sia così usato da lui per esempio, in iscusa d’essere entrato sonnacchioso senza accorgersene in essa selva. Per il che, lasciando star da parte l’opinione di Empedocle e di Diogene, filosofi antichissimi (l’uno de’ quali diceva, come riferisce Plutarco, che il sonno era una refrigerazione del calore naturale che è nel sangue, causata e da il cibo e da il bere; e l’altro da il sangue, il quale riempiendo le vene scaccia e pigne l’aria, la quale è in quelle, nel petto e nelle parti vicino al cuore; per il che ella racchiudendosi quivi ritiene e non lascia passar