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mia, ma di tutti quanti in questo momento sono in campo per la grandezza della nostra cara Italia».

Piuttosto vorrebbe aver fatto di più; è geloso degli alpini che sulle rupi sono a casa propria. Rivendica i meriti della povera «buffa» pianigiana, che ha fatto il miracolo di sapersi adattare. Calato 1000 metri sotto le fiamme verdi, tira un respiro di sollievo e, da buon fiorentino, fa voto, se tornerà a Firenze, di non affacciarsi più neanche alla finestra a riveder Monte Morello e le colline.

«Non potete immaginarvi la nostra contentezza nel poter camminare all’imbocco di questa valle! È la contentezza di chi si sente rimesso nel luogo a lui più confacente, dove sente di poter rendere di più di quel che non abbia reso fino allora. Di una cosa però voglio che vi convinciate: che in qualunque luogo e sempre avrei fatto quello che il mio dovere di soldato e di italiano mi imponeva, senza lamentele contro i superiori che hanno fatto di soldati di fanteria degli alpini. Colla differenza che di fronte a loro, nati e vissuti fra i monti, ben poco potevamo emergere come individui e come unità; e questo per quanti sforzi facciamo».

Ma gli attacchi nemici al passo crescono, accelerano; vengono giorni gravi. Presto non basta più difendere il valico; è indispensabile liberarlo dall’assedio. Avanzare. Rischiosissima sarà l’avanzata. Per chi ha in animo di prodigarsi, la morte è vicina. Lo sente alla vigilia dell’azione il Bragalli e scrive l’ultima lettera ai suoi, consegnandola a due compagni perchè la spediscano a casa quando la sua morte sarà sicura.

Le lettere passate ce l’han fatto conoscere buono; questa ce lo rivela magnanimo.

È uno dei più commoventi commiati di un eroe dalla vita.

3 Agosto ’15. «Carissimi,

Domani ci sarà l’avanzata. Comincerà, credo, nelle prime ore della notte, per svolgersi quindi prevalentemente nelle ore del mattino e seguenti. La mia compagnia, a quanto ho sentito, sarà di riserva, ma conosco le difficoltà dell’impresa che verrà iniziata