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mercantili, diventò la vocazione d’Enrico di Portogallo, la vocazione di Cristoforo Colombo.

Nel XV secolo, secolo d’unità confidente e possente, la poesia, la religione, la scienza e l’economia, dandosi mano con giovanile baldanza, provocavano concordi cotesta forma novella d’eroismo e d’apostolato. Ma perchè mai l’uomo che i tempi invocavano non uscì da alcuna di quelle tante nazioni europee, adagiate lungo le acque atlantiche, ove i venti spesso portavano qualche arcano saluto del fraterno continente? Perchè mai fra tanti piloti portoghesi, baschi, normanni, venturieri audacissimi, non uno pensò, guardando il quotidiano spettacolo del sole declinante sulla solitudine dei mari occidentali, ch’ei portasse la luce



Perchè da un popolo per tradizioni, per interessi, per necessità geografica tutto volto a Levante, ed il cui cuore, quasi direbbesi, batteva a Costantinopoli, ad Alessandria, sul Tanai, perchè mai da un popolo educato alla navigazione mediterranea, ai guadagni pronti e sicuri, ci doveva venire chi mettesse l’anima e la vita per verificare un’ipotesi scientifica e tentare il problema del lontano Oceano, fecondo solo di paure? Perchè insomma fu Italiano lo scopritore del mondo occidentale?

Io veramente sono lontano dal consentire cogli storici che in ogni fatto vedono la necessità, di molte cose parendomi arbitra quaggiù la fortuna, e di più molte la volontà, in virtù della quale il mondo della storia offre lo spettacolo d’una crescente creazione. Pure dell’essere stato italiano lo scopritore del nuovo mondo v’ha, se non m’inganno, una giusta cagione;