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piacendosidi ripetere come un bel concetto; essersi l’America trovata a caso, anzi doversi la più grande delle scoperte ad un felice errore.

Così una fortuna stranamente varia, l’invidia dei rivali, il sospetto de’ potenti e una scusabile gara di patria carità — se mai può usurpare questo sacro nome chi piglia l’amore a pretesto d’ingiustizia — circondarono di lustre fallaci e sparsero di ombre favorevoli alla poesia ed alle sofisticherie erudite, la storia di quest’uomo, che tutti vorrebbero conoscere come un amico, col quale, almeno per mezzo della fantasia, tutti vorrebbero convivere.

Ma qui non vogliamo fare la storia degli errori che corsero intorno a Colombo. Basterà dire che il Tiraboschi, uomo di quella incontentabile diligenza che ognun sa, nella sua Storia della Letteratura Italiana, parlando di Colombo, incappò anch’esso in errori non lievi; segno, che allora erano quasi inevitabili. Ma dopo che per opera dello Ximenes, del Zurla, del Baldelli, dello Spotorno e del Sauli si cominciò a meglio conoscere lo stato della geografia e della nautica italiana durante il XIV ed il successivo secolo; dopo che per cura dei Decurioni di Genova fu stampato il Codice Colombo-Americano (1823); dopo che Munoz e Navarette ebbero pubblicati i documenti che giacevano negli archivj spagnuoli, la critica ne divenne più sicura, e crebbero argomenti a giustificare la fortuna e la gloria di Colombo. Washington-Irving potè su questi nuovi studj compiere la sua bella istoria, l’unica non indegna dell’argomento; sebbene per ambizione di popolarità trascorra forse troppo leggermente sul processo mentale della scoperta. Questo processo ebbe la coraggiosa pazienza di seguirlo Alessandro Humboldt nella sua celebratissima opera Sulla Storia della Geografia del Nuovo Continente; la quale ri-