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D’ISABELLA ANDREINI. 131

voi non vedrete più i miei bagnati di pianto, colpa dell’haver bevuto ne’ vostri sguardi di fuoco. Io spero, anzi tengo per fermo, che ’l Tempo mi darà fortissime armi contra i vostri fieri colpi, e spero che l’assenza, e l’oblio rintuzzeranno i vostri dardi, e spegneranno le vostre fiamme. Io sciolgo i lacci di quelle bionde chiome, l’onde artificiose delle quali hanno tenuta, per così lunghe stagioni l’anima mia ne gli inquieti flutti d’amarissime doglie, nè fu mai, che ’n così lunghe, e perigliose procelle mi fosse dato di conoscer i giorni de gli Alcioni, poiche non seppi mai che cosa fosse bonaccia, non solo per quindici giorni, come si dice, che impetrano questi fortunati uccelli, quando vogliono depor i lor parti: ma per un’hora sola. Pensai che fosse altra volta legata ne’ vostri nodi la mia felice fortuna: ma hora conosco esservi ritenuta ogni mia infelicità. Addio bella destra, i cui candidi gigli non altra pareggia che la tua sinistra, laquale per esser teco nata ad un parto è stata con te parimente dotata delle stesse gratie. Addio bella mano, che tante volte, con desiderate lettere mostrasti di scriver privilegi di vita, e scrivesti sentenze di morte. Addio bocca di rose, intorno à cui volano quasi Api gli Amoretti leggieri, per cibarsi di quel mele, che per gli amanti infelici si muta in amarissimo assentio. Addio lusinghiere parole, che con arte sì mirabile sapeste incantar i miei sensi, io non trovo altro rimedio con contr’al vostro dolce veleno, che ’l non credervi; ma che dico? che parlo? che vaneggio? qual fosca nube l’intelletto m’in-


gombra?