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D’ISABELLA ANDREINI. 102

Della ingratitudine.


H

ORA m’avveggo crudelissimo, & ingratissimo giovane, dell’error, ch’io ho fatto amandovi con tanto affetto, con quanto io v’ho amato, poiche l’amar cosa mortale, con tanta fede, con quanta per debito amar un Dio conviensi è cosa disdicevole à donna, che non in tutto di ragione sia priva. L’haver udito à dire, che chi promette e giura, non manca della promessa, e ’l giuramento mantiene, mi precipitò nel male insino ad hora da me sofferto. Voi prometteste, e giuraste d’amarmi fedelmente, e per ciò mi credei, che non doveste mancar della promessa, e che ’l giuramento vi fosse à cuore; ma ne rimasi grandemente ingannata. Dicesi ancora che chi è bello, e nobile non fa tradimento, nè si scorda de’ beneficij ricevuti, voi siete e bello, e nobile, e pur m’havete tradita, e pur vi siete scordato, de i tanti beneficij (ch’è pur forza il dirlo) ricevuti da me. Ah che maladetto sia quel giorno, che da prima vi conobbi, maladetti siano questi occhi miei, che de’ vostri tanto si compiacquero, maladetto sia questo mio cuore, che fu così facile à dar ricetto all’imagine vostra, e maladetto sia ’l mio nascimento, poiche sol nacqui per morir disperata. Discortese, ben è vero, che ’l vostro non fu amore; ma furore. Oh potess’io col proprio sangue cancellar l’odiosa memoria di quel, che per voi un tempo


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