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Pagina:Lettera pastorale per la Quaresima 1912 (Signori).djvu/12

 
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noi è divenuto tesoro, da strazio dolcezza, da maledizione benedizione, da eccitamento al male istrumento al bene. Mentre avanti il peccato di Adamo nella natura innocente lo stimolo al bene era il piacere, dopo il peccato, nella natura colpevole, lo stimolo al bene è il dolore: non per sè quasi che il dolore abbia mutato natura, ma perchè Gesù Cristo chiaramente ed autorevolmente colla parola e coll’esempio ci ha insegnato ad accogliere i patimenti, le tribolazioni, le croci, in una parola il dolore non come duro retaggio, ma come salutare espiazione, non come severo castigo, ma come imitazione della vita di un Dio, non come giogo insopportabile, ma come modo di più intima unione con Lui. Alla considerazione infatti della passione di Gesù Cristo il vero cristiano non sa più concepire la virtù vera senza il dolore: confonde il dolore col sacricio e coll’amore e gli pare impossibile di poter amare senza soffrire per la persona amata. Ed ecco perchè nel cristianesimo ammiriamo delle anime, le quali si mostravano pronte a rifiutare la vita se questa non fosse stata per esse un continuo martirio per amore di Cristo e a Lui chiedevano bramosamente o di patire o di morire: aut pati aut mori; ed altre ancor più generose per amor del patire domandavano un altro poco di vita: pati non mori. Ed è per questo che ogni cristiano che sia degno di tal nome va ripetendo con S. Paolo: Io non voglio d’altro gloriarmi che della croce del mio Signore Gesù Cristo. Mihi autem absit gloriari, nisi in cruce Domini nostri Jesu Christi. (Ad Gal., cap. V, v. 14).

Deh! abbracciamo ancor noi questa croce che dal mondo è creduta stoltezza o vergogna, mentre, è amore e sapienza perchè ci viene porta da Colui nel quale sono tutti i tesori della scienza e della sapienza di Dio, dalla cui pienezza noi tutti possiamo ricevere inestimabili dovizie. Non andiamo dietro alle aberrazioni degli