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154 ii - paralipomeni della batracomiomachia

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     Senzacapo, re granchio, il piú superbo
de’ prenci di quel tempo era tenuto,
nemico ostinatissimo ed acerbo
del nome sol di carta e di statuto,
che il poter, ch’era in lui senza riserbo,
partir con Giove indegno avria creduto.
Se carta alcun sognò dentro il suo regno,
egli in punirlo esercitò l’ingegno.
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     E cura avea che veramente fosse
con perfetto rigor la pena inflitta,
né dalle genti per pietá commosse
qualche parte di lei fosse relitta,
e il numero e il tenor delle percosse
ricordava, e la verga a ciò prescritta.
Buon sonator per altro, anzi divino,
la corte il dichiarò di violino.
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     Questi, poiché con involute e vaghe
risposte ebbe gran tempo ascoso il vero,
al capitan di quei che doppie paghe
giá da’ topi esigean senza mistero
ammessi senza pugna e senza piaghe,
mandò, quando gli parve, un suo corriere.
Avea quel capitan fra i parlatori
della gente de’ granchi i primi onori.
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     Forte ne’ detti sí che per la forte
loquela il dimandâr Boccaferrata.
Il qual, venuto alle reali porte,
chiese udienza insolita e privata.
Ed intromesso, fe’, come di corte,
riverenza, per granchio, assai garbata:
poi disse quel che, riposato alquanto,
racconterò, lettor, nell’altro canto.