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porre». È lo stesso grido, come si vede, de La sera del dí di festa:

                              Ecco è fuggito
Il dí festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov’è il suono
Di quei popoli antichi? Or dov’è il grido
De’ nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
Che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e piú di lor non si ragiona.

Perché questo silenzio e questa morte? Lo dirà la Moda, sorella germana della morte, alla Morte stessa: poiché solo i frivoli e accidiosi costumi dei nuovi tempi possono spiegare i «lacci dell’antico sopor»1, che, pel Poeta, non stringono soltanto «l’itale menti»; i costumi «di questo secol morto, al quale incombe tanta nebbia di tedio», onde il Poeta domandava agli eroi già dimenticati e riscoperti dai filologi: «... In tutto non siam periti?»2. E la Moda spiega infatti alla Morte: «A poco per volta, ma il piú in questi ultimi tempi, io per favorirti ho mandato in disuso e in dimenticanza le fatiche e gli esercizi che giovano al ben essere corporale, e introdottone o recato in pregio innumerabili che abbattono il corpo in mille modi e scorciano la vita. Oltre di questo ho messo nel mondo tali ordini e tali costumi, che la vita stessa, così per rispetto del corpo come dell’animo, è piú morta che viva; tanto che questo secolo si può dire con verità che sia proprio il secolo della morte».
Morti gli uomini, spenta la forza dei corpi, infranto il vigore degli animi. In compenso si fabbricano macchine, e il secol morto può dirsi «l’età delle macchine». L’Accademia dei Sillografi ne fa la satira nel suo bizzarro bando di concorso per l’inven-

  1. Sopra il monumento di Dante (1818), vv. 3-4.
  2. Ad Angelo Mai (1820), vv. 4-5. 27-8, 32-3.