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appendice 299


e concordemente proposto, né mezzo di ottener lode e stima piú sicuro e comune che quello di seguire e conseguire le voluttá ed abbondarne, e ciò piú degli altri. L’oggetto delle gare ed emulazioni della piú florida parte della gioventú non è aítro che la voluttá; e il trionfo e la gloria è di colui che ne conseguisce maggior porzione e che sa e piú godere e immergersi nei vili piaceri piú degli altri. Le voluttá sono lo stadio della gioventú presente, tanto che giá non si cercano principalmente per se stesse, ma per la gloria che ridonda dall’averle cercate e conseguite. E se non di tutte le voluttá si può gloriare colui che le ottiene, in quel momento medesimo in cui le gode, (sebbene di moltissimi generi di voluttá accade tuttogiorno ancor questo) certo desidererebbe di poterlo fare, di aver testimoni del suo godimento; anzi questo godimento consiste per la massima parte nella considerazione e aspettativa del vanto che gliene risulterá; e subito dopo non ha maggior cura che di divulgare e vantarsi della voluttá provata; e questo anche a rischio di chiudersi l’adito a nuove voluttá, e colla certezza di nuocere, tradire, essere ingiusto e ingrato verso coloro onde ha ottenuto la voluttá che cercava. E sebbene certamente neanche oggi la voluttá rende l’uomo migliore, lo rende piú lodevole agli occhi della presente generazione, il che tu, o Marco Tullio, stimavi che non potesse avvenire.

Z. 62-63 (I, 173):

Nella gran battaglia dell’Isso, Dario collocò i soldati greci mercenari nella fronte della battaglia (Arriano, 1. II, c. 8, sez. 9; Curzio, 1. Ili, c. 9, sez. 2); Alessandro i suoi mercenari greci proprio nella coda (Arriano, c. 9 sez. 2). Curiosa e notabilissima differenza, e da pronosticare da questo solo l’esito della battaglia. Perché era chiaro che tutta la confidenza dei persiani stava in quei trentamila greci; e pure eran greci anche j mercenari di Alessandro (Arriano, c. 9, sez. 9) ed egli li poneva alla coda. Quindi è chiaro ch’egli confidava piú nel resto che in questi, e quello ch’era il piú forte dell’esercito persiano era il piú debole del macedone. E Dario si fidava piú del valore dei mercenari che di coloro che combattevano per la loro patria, e avea ragione; Alessandro, avendo gli stessi mercenari, sapeva che sarebbero stati piú valorosi gli altri che combattevano per l’onor loro e di lui e la vendetta della patria, ed avea somma ragione. E infatti, la propria falange macedone, venuta alle mani, essa coi trentamila