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272 operette morali


15 settembre 1821, Z. 1708 (III, 323):

Da ciò che altrove ho detto di Machiavello, Galileo, ecc., che travagliarono a distruggere la propria fama, si può confermare e amplificare la sentenza di Cicerone circa la gloria nel Sogno di Scipione.

E dalla distinzione che quivi ho fatta tra la fama dei letterali e degli scienziati, si può dedurre questa osservazione. Il vero è immutabile e i gusti mutabilissimi. Parrebbe che lo stato delle scienze dovesse esser piú costante che della letteratura e la fama degli scienziati piú durevole [di quella] dei letterati. Pure accade tutto l’opposto. Le scienze, come dicono, si perfezionano col tempo, e la letteratura si guasta. Un secolo distrugge la scienza del secolo passato; la letteratura resta immobile o, se si muta, si riconosce ben tosto per corrotta e si torna indietro. Che cosa dunque è piú stabile, la natura o la ragione? E che cosa è la nostra pretensione di conoscere il vero? Gli antichi si immaginavano di conoscerlo al pari di noi. Che cosa è lo stesso vero? quali sono le veritá assolute? quando non siamo punto sicuri che il venturo secolo non dubiti di ciò che noi teniamo per certo; anzi, mirando all’esempio di tutti i secoli passati e del nostro, siamo sicuri del contrario.

15 marzo 1823, Z. 2683 (IV, 375):

«Invero rare volte interviene che chi non è assueto a scrivere, per erudito ch’egli si sia, possa mai conoscer perfettamente le fatiche ed industrie degli scrittori, né gustar la dolcezza ed eccellenza degli stili e quelle intrinseche avvertenze che spesso si trovano negli antichi.»

Castiglione, Cortegiano, Milano, dalla Societá tipogr. dei Classici italiani, 1803, p. 79.

Da quanto pochi adunque può sperar degna, vera ed intima e piena e perfetta stima e lode il perfetto scrittore o poeta! e per quanto pochi scrive e prepara piaceri colui che scrive perfettamente.

E, tornandoci su il 19 giugno, Z. 2796 (IV, 437):

Da questa verissima osservazione del Castiglione segue che tutte le immense fatiche che un perfetto scrittore deve spendere per dare a’ suoi scritti la finitezza, la grazia, la leggiadria, la