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tanto l’uno quanto l’altra potevano essere con parole o senza, ma il primo serviva «a dimostrazione di cosa universale» (pur potendo anche esprimere il sentimento particolare di chi lo faceva), la seconda, invece, doveva essere cosa tutt’affatto propria d’un solo. Le parole, nell’emblema, erano la pura spiegazione delle figure; mentre nell’impresa le figure dovevano dire una parte sola del simbolo e le parole l’altra. L’impresa alludeva anche a fatti d’interesse politico, se il personaggio che l’assumeva aveva parte nella vita pubblica, e poteva giustificare per mezzo dell’allegoria la sua condotta, spiegando i sentimenti e le intenzioni recondite che lo avevano guidato.1

Per le imprese s’usavano disegni semplici e, si direbbe ora, stilizzati, tratti per lo più dal regno delle bestie e delle piante: il Giovio considerò errore il mescolarvi figure umane.

Materia capricciosa e ribelle, questa, quando (come quasi sempre in Leonardo), non soccorrano sicuri dati di fatto, anche per l’instabilità dei simboli, che spesso allo stesso animale s’attribuiva una virtù e un vizio, e l’interpretazione resta perciò incerta.

Premesso questo, e premesso che un’impresa sola con figure conosciamo adottata da Ludovico il Moro: quella famosa del negro che con una scopetta ripulisce una matrona, l’Italia2, e una sola rappresentazione simbolica della sua condotta verso Giovan Galeazzo: la miniatura della storia di Francesco Sforza di Giovanni Simonetta, veniamo pure al simbolismo di Leonardo, in cui recentemente s’è voluto


  1. Cfr. Le imprese illustri di J. Ruscelli. In Venezia, appresso F. de Franceschi, 1583, Cap. V, p. 12.
  2. Cfr. Dialogo dell’imprese militari et amorose di monsignor Giovio. In Vinegia, appresso G. Giolito, 1665, p. 24. Detta impresa è contenuta nell’albo Trivulziano Ms. 21618, ricca e fantastica raccolta d’imprese miste d’allegoria e d’araldica. Per l’araldica sforzesca nel castello di Milano, cfr. F. Malaguzzi Valeri, La Corte di Lodovico il Moro, Milano, Hoepli, 1913, I, p. 320, sgg.