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NOTTE E FIAMME 411

presero a toccarle timidamente le mani. Lelia ne fu commossa di una commozione trepida, vaga, di cui non volle ricercare il perchè. Le accarezzò. La maggiore, toccandole la mano destra, sentì l’anello sotto il guanto, desiderò vederlo, averlo in mano. Sapeva leggere, cercò decifrarne la scritta interna. Sua madre lo impedì, volle che lo restituisse. L’indiscreto atto della canzonettista aveva irritato Lelia. Non potè allora udirsi nella memoria il picciol suono lontano del nome Leila; adesso, nella momentanea calma dello spirito, lo udì. Ell’aveva detto ad Andrea: quando sarò sposata mi cambierò il nome, mi farò chiamare Leila. Egli si era opposto a ciò che gli pareva un capriccio irragionevole. Amava Lelia, avrebbe sempre amato Lelia. Leila era un nome troppo romantico. In fatto lo aveva ferito ch’ella proclamasse fin d’allora la propria volontà in modo assoluto, che non dicesse: «ti pregherò di chiamarmi Leila». N’era venuta una discussione vivace. Andrea si era lasciata sfuggire qualche parola acerba. Poi, dolente, le aveva regalato l’anello colla scritta pacifica. Tutto questo le ripassò nella memoria come un’onda rapida. Rimise il guanto e, guardando dal finestrino, pose la mente nelle cose esterne. Il ricordo si spense.

Quando il treno giunse a Porto Ceresio, pioveva. Delle montagne, perdute nel nebbione, non si vedeva che il piede scuro intorno allo specchio biancastro del lago chiazzato di rughe. A Lelia il nebbione fece piacere. Poteva immaginare, almeno, di avvicinarsi a lui senza esser veduta. Le fece piacere che al ponte di sbarco non ci fosse battello, che nessun battello si vedesse sullo specchio biancastro del lago chiazzato di rughe. Il momento dell’incontro pareva così meno imminente. Quando un punto nero apparve davanti al promontorio di sinistra, il cuore le battè come nel treno a Vicenza. Quello era l’ultimo passo. Nel salire a bordo