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UNA GOCCIA DI SANGUE PATERNO 381


Il sior Momi, interrogata Lelia con uno sguardo umile, invitò gli ospiti a prendere il caffè sulla spianata davanti alla villa. La siora Bettina mandava sempre occhiate supplichevoli a don Emanuele. Seccato di tanta insistenza e sicuro di conoscerne la ragione, egli chiese a Lelia di poter adempiere un incarico affidatogli per lei da Sua Eccellenza. Le fece intendere che desiderava parlarle un poco in disparte. Non si allontanò però tanto da non poter essere udito dalla Fantuzzo mentre consegnava, con acconce parole, alla fanciulla, un rosario benedetto perchè lo tenesse nell’accostarsi, l’indomani mattina, ai Sacramenti. Lelia disse «grazie» e prese il rosario.

Spinta dallo stesso sior Momi, la conversazione volse alle monache di Castelletto. Il sior Momi, navigando con arte fra la figliuola Scilla e i preti Cariddi, si disse molto lieto che la sua Lelia andasse a visitarle. Il prete faceto, che stimava poco le monache e non conosceva queste, brontolò: «le sarà muneghe anca ele. Tute compagne!». Don Emanuele gli diede sulla voce. Il sior Momi approvò modestamente la censura, e, volto alla figliuola, tirò in campo, coll’usato laconismo cretino, l’antica parente tanto esaltata da Molesin. «La zia, ciò! La zia munega!» Il prete faceto, che sapeva qualche cosa dell’intimo sior Momi, si esclamò in cuore: «fiol de na pipa!», ma colle labbra sostenne che aveva inteso dire «tutte buone, tutte sante». Don Emanuele, che aveva udito egli pure dal dottor Molesin le lodi della «zia munega» felicitò il sior Momi per la memoria che ne serbava. «Vede» diss’egli «quale benedizione in una famiglia, la memoria di una tale parente! È come l’ala di un angelo distesa sopra i familiari!» Il sior Momi si compose il viso, sotto l’ala ideale, a modestia.