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354 CAPITOLO DECIMOTERZO

mi potrà capitare di venir chiamato nientemeno che a Puria, un mucchietto di case a venti minuti da qui.

E un essere cui la fortuna sorride a tal segno avrà voglia di morire? Eh sì; di quando in quando io sono questo pazzo. Mi pare allora che sarei contento di dormire fra i cipressetti del piccolo cimitero di Dasio, grami come la mia grama sorte; e, perchè non manco di pensieri poetici, sogno che i cipressetti, nutriti del mio cuore, diventerebbero due colonne grandi, due nere colonne trionfali della Morte. Se poi mi scuoto e mi rimprovero di viltà, debbo riconoscere, pensandoci, che la viltà è viltà ma che ragioni di vivere non ne ho molte.

Non parlo degli amici a cui la mia morte farebbe dispiacere. Già non sono che due: Lei e don Aurelio. E di don Aurelio credo che quando mi sapesse morto regolarmente nel mio letto, con tutti i conforti della religione cattolica, forse mi reputerebbe fortunato e si consolerebbe. Lei, cara amica, prenderebbe la cosa con un po’ meno di filosofia, mi compiangerebbe un po’ più; ma, se non erro, Ella non apprezza poi molto questa vita, non dovrebbe quindi rattristarsi troppo per un buon amico che va a provare l’altra con tutto l’ossequio a Santa Madre Chiesa. Ella si meraviglia del mio ossequio, dopo quello che Le ho scritto. Ella pensa già che, sentendomi affondare, ho gridato, secondo il Suo consiglio, «Signore, salvami!» e che il Signore mi ha salvato. Cara amica, certo sì, ho gridato, forse sì, Dio mi sta salvando, ma non come Lei crede. Forse la verità non è a galla del mare, è nel fondo. Se fossi per morire, non vorrei scandolezzare questa buona gente, domanderei un prete. E non sarebbe ipocrisia! Direi i miei peccati per un bisogno supremo di sincerità e di umiltà davanti alla Morte, farei la Comunione in memoria di Chi avrei voluto seguire sulla montagna e sulle onde del mare di Galilea invece che seguire la immensa