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INTORNO A UN'ANIMA 327

«La permeta, siora Lelia» diss’egli. «La permeta un momento. Ghe sarìa el papà.»

L’uscio si apre lentamente, ecco la faccia rossigna e gialla, le palpebre battenti, la barba policroma di papà.

«La se comodi, signor» gli dice l’arciprete. «Xe pronto?»

«Sarìa pronto, sissignor» rispose il sior Momi con un condizionale pieno di esitazione riguardosa; e, volto alla figliuola, le manda un «ciao» timido che pare uno dei soliti aho. Lelia non capisce cosa sia pronto e dalla bocca spalancata del sior Momi nulla vien più fuori. Allora il bonario arciprete interviene, dice a Lelia, scherzando, che papà non sa fare da papà ma che gl’insegnerà lui. Papà l’avrebbe lasciata partire a piedi, con quel caldo. Gli aveva consigliato lui di far venire da Arsiero una buona carrozza a due cavalli. Lelia intuì che si era tramato qualche cosa, che suo padre intendeva condurla di sorpresa alla Montanina e che l’arciprete era un complice. Non potè indovinare che il consiglio veniva da Molesin e che suo padre, fingendo sulle prime di aderirvi, aveva poi, assente Molesin, sollecitato l’intervento dell’arciprete e un suo aperto predicozzo sulla convenienza d’accontentare papà, di non indugiare più oltre il ritorno a casa. Il predicozzo rimase in gola a don Tita perchè la fanciulla non gli permise di metterlo fuori, dichiarò imperiosamente che intendeva andare a piedi. Il sior Momi si affrettò a concedere: «ben ben ben ben!» Lelia partì salutando appena e il benigno papà si sforzò di convincere il proprio complice intontito che quel diavolo di figliuola si sarebbe buttata dalla carrozza piuttosto che subire l’inganno.