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SANTE ALLEANZE 261

sior Momi si tenne in dovere di metter fuori il suo sorriso cretino e la sua voce di palato:

«Eh ma vado istesso, ah? - Vado, no? - Son papà - gò dirito - patria potestà - no? - Ah? - Vado? - »

Ora pareva affermare un proposito, ora chiedere un consiglio, e quel tono e questo e le parole e il sorriso non erano che un automatico blandire al gattone; il quale, posata la lettera, durò a covar il sorcio cogli occhi, in silenzio, anche quando le voci della bestia inferiore cessarono. Finalmente gli uscì, con una lieve scossa di spalle e di ventre, questa parola profonda:

«Benon.»

Il sior Momi comprese la parola profonda, come aveva compreso la smorfia per la sua levata di cappello e ne diede segno eguale:

«Parcossa?»

«Benon, digo» ripetè l’altro, stavolta con un tono incoraggiante.

«Intanto» diss’egli, alzandosi, «andemo a veder el cason.»

Si alzò anche Camin ma battendo e ribattendo le palpebre sugli occhi cisposi, unico abituale segno esterno delle sue interne inquietudini. Insistette nel chieder consiglio, stavolta con una voce di gola, blandamente grave.

«No, no, andemo, jà, el diga. Ca vada?»

«Quando che ghe digo - benon!» ripetè Molesin. «El vada, el staga, tutto benon.» Soggiunse che se il sior Momi si risolvesse a quella visita, egli andrebbe intanto a trovare l’arciprete.

Stavolta fu il sior Momi che disse «benon» ma non lo disse troppo di buona voglia. Sentiva le diffidenze del formidabile ospite a proposito di quella lettera e del suo commento, si domandava quali macchine