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NELLA TORRE DELL'ORGOGLIO 223

«Via via» rispose il suo interlocutore, malcontento. «Questi sono dei motti. Io non Le domando dei motti.»

«Ma, scusi; anche il magazzeno, i remi e il motore sono dei motti. Del resto, se desidera, Le risponderò diversamente. Se io credessi che la Chiesa, nella quale sto, potesse cadere, non aspetterei il terremoto, ne uscirei subito. Ma Le assicuro che neanche un terremoto me ne farebbe uscire, tanta è la mia fede nelle sue fondamenta e nella coesione delle sue pietre.»

«Beato Lei!» esclamò l’onorevole deputato fermandosi e sciogliendo il suo braccio da quello di Massimo. «Dica un po’. Non ci avete, oltre la Chiesa visibile, anche la Chiesa invisibile, voialtri cattolici? Sì, vero? Ebbene, io, se fossi Lei, pensando al terremoto, mi sentirei più sicuro nella Chiesa invisibile.»

Erano davanti al caffè Cova. L’uomo politico era aspettato lì, da un gruppo di amici. «Senta» diss’egli, «Ella è giovine, io sono quasi vecchio, ho molta simpatia per Lei, mi permetto di darle un consiglio. Non si occupi tanto di religione. Si accontenti delle Sue credenze, delle Sue pratiche, ma non si occupi di questioni religiose per il pubblico. Il nostro pubblico, a parlargli tanto di religione, si secca. Non capisce che un giovine come Lei si perda intorno a cose che riguardano un altro mondo e non questo. Ha inteso?» In quel familiare, sorridente «ha inteso?» l’uomo politico mise l’accento caldo della sua simpatia e anche un accento gentile di autorità, dell’autorità di quel mondo che non comprendeva Massimo, di un grande e potente mondo, composto di uomini arrivati a comodi seggi, esperti della vita, persuasi che il problema dei problemi è viverla il più gradevolmente possibile; composto di altri uomini non arrivati ancora, presi dalla politica, avvezzi a considerarla come la suprema realtà, a stimar poco, non a parole ma in cuor loro, tutto che non ha valore politico, ch’è fuori della contesa per il potere politico.