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NELLA TORRE DELL'ORGOGLIO 213

ben, io ci dico che quel Ciapasü lì el sarà la rüina di questa casa. Mi L’avvertissi, io L’avvertisco, perchè l’è il mio dovere che giüsta sem d’accordi anca cont la donna chì - vera ti? - E Lü ch’el se fida de io. Adess el sentirà.»

Massimo non udì il racconto profetico delle macchinazioni che minacciavano il gruzzolo dell’ingegnere, perchè, quando gli parve di avere afferrato il senso intimo del discorso, interruppe l’oratore. Come? Non era padrone dei suoi danari, il signor ingegnere? Che ragione avevano loro di dolersi che li spendesse in un modo o in un altro? Vista la mala parata, i due s’infervorarono a protestare che si erano decisi a quel passo unicamente per il suo interesse. Allora Massimo andò tanto sulle furie che i due malaccorti coniugi - ch’el scüsa ch’el scüsa ch’el scüsa - infilarono l’uscio.

Egli si recò, più tardi, dal suo notaio. Ritornando a casa, incontrò l’amico che gli aveva scritto la famosa lettera. Costui era andato a cercarlo a San Spirito, lo voleva portare a colazione da una dama di conoscenza comune. Massimo rifiutò. L’amico insistette. Aveva un biglietto napoleonico della dama: - So che Alberti è a Milano. Me lo porti domani a colazione, vivo o morto. - Egli stesso era invitato da tre giorni, supponeva che vi fosse molta gente. La dama, un’egoista intelligente, sentimentale, colta, si prendeva talvolta il gusto d’invitare una quantità di persone delle più opposte tendenze, accontentandosi, se erano stupide, che fossero ricche o titolate, se erano intellettuali, che avessero la camicia pulita, pigliandole anche colla camicia sudicia se celebri. Qualcuno si seccava e non ci ritornava più. La maggior parte ci ritornava, chi per la conversazione arguta della dama, chi per l’eleganza delle sale, chi per l’abilità del cuoco, chi per la squisitezza dei vini, chi per vantarsene e vantare ogni cosa, chi per vantarsene e dir male di