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FORBICI 149

«Ha preso paura anche Lei, però, signorina» diss’ella, vedendole dare un tremito e non sapendo della camicia inzuppata che aveva addosso.

«No no» rispose Lelia «ma non ci ritorno più.»


II.


Alle sette e mezzo della mattina seguente Massimo era già al villino delle Rose. Sapeva che donna Fedele si alzava sempre alle sei. Quella mattina la trovò a letto. La cameriera gli disse sospirando che la sua signora doveva essere molto sofferente se mancava così alle sue abitudini mattiniere. Tollerantissima del dolore fisico, donna Fedele non parlava quasi mai delle proprie sofferenze, tali da impensierire chi avesse guardata la morte con minore indifferenza; ma qualche volta non era in grado di condurre la vita solita, mirabilmente attiva, tutta presa dalla cura della sua casa e delle sue rose, da visite a malati e a poveri, dalla corrispondenza, da letture e persino da lezioni. Esercitava nel comporre e nell’aritmetica una ragazza dei suoi portinai, insegnava il francese a un’altra fanciullina, figlia del medico di Arsiero, non sapeva rifiutare a nessuno, così malata, la carità dell’opera propria.

Ella udì Massimo discorrere in giardino colla cameriera, suonò per questa, gli fece dire di aspettare, se aveva pazienza, un quarto d’ora. Massimo sentì benissimo la malizia di quella frase: se aveva pazienza. Ella discese infatti nel salotto sorridendo di un sorriso nel quale continuava la dolce malizia. Era pallida, aveva cerchiati di nero i grandi occhi, e tuttavia pareva gaia, niente in lei dava segno di sofferenze. Massimo cominciò a scusarsi di essere venuto a quell’ora. Ella lo