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FORBICI 139

fatta pregare da me. Domani sera saprai. Donna Fedele si tiene sicura di una risposta buona. Allora parlerai tu, direttamente.»

Il tavolo sul quale Massimo puntava i gomiti, tenendosi le tempie fra le mani, vibrò come un corpo vivo.

«Se tutto sarà andato bene» riprese don Aurelio, «mi manderai un telegramma a Vicenza, fermo in ufficio. - Tu temi?» continuò, perchè il tavolo vibrava vibrava. «Donna Fedele dice ch’è un’anima chiusa, difficile a penetrare, ma non la crede legata a una memoria, crede che senta bisogno di amore, di avvenire. La crede un tesoro di energie morali, un poco infetto di fermenti amari, di esperienze tristi della vita; ecco, questo sì. Crede che certe singolarità spariranno, quando queste energie siano ben ordinate, ben dirette da qualcuno in cui ell’abbia fede.»

Massimo tacque. La credeva egli pure un paradiso chiuso, oscurato dall’ombra, troppo fosca, di un albero della scienza del bene e del male, troppo grande. Richiesto da don Aurelio se proprio non avesse indizi un po’ chiari dell’intimo sentimento di lei a suo riguardo, rispose sospirando:

«Direi che qualche cosa di me l’attragga e qualche cosa la respinga.»

«Cosa la respinge?»

«Benedetto.»

Don Aurelio ne stupì. Che sapeva mai questa ragazza di Benedetto? Massimo si spiegò. Don Aurelio ricordava bene la conversazione del primo giorno, a tavola, le parole della signorina Lelia su Benedetto, che l’avevano offeso? Ella gliene aveva riparlato poco dopo, sempre con un tono ostile. Lo credeva un eretico. Pareva disposta, lì per lì, ad ascoltare le difese ch’egli ne avrebbe fatte, ma poi vi si era sempre sottratta, con intenzione, evidentemente.