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D’AMORE CAP. I. 271

Quello è Demofoon, e quella è Fille;
     Quello è Giasone, e quell’altra è Medea
     Ch’Amor e lui seguio per tante ville;
130E quanto al padre et al fratel più rea,
     Tanto al suo amante è più turbata e fella,
     Ché del suo amor più degna esser credea.
Isifile vien poi, e duolsi anch’ella
     Del barbarico amor che ’l suo l’ha tolto.
     135Poi ven colei ch’ha ’l titol d’esser bella:
Seco è ’l pastor che male il suo bel volto
     Mirò sì fiso, ond’uscir gran tempeste,
     E funne il mondo sottosopra vòlto.
Odi poi lamentar fra l’altre meste
     140Enone di Parìs, e Menelao
     D’Elena, et Ermïon chiamare Oreste,
E Laodamia il suo Protesilao,
     Et Argia Polinice, assai più fida
     Che l’avara moglier d’Anfïarao.
145Odi ’l pianto e i sospiri, odi le strida
     De le misere accese, che li spirti
     Rendero a lui che ’n tal modo li guida.
Non poria mai di tutti il nome dirti,
     Che non uomini pur, ma dèi gran parte
     150Empion del bosco e degli ombrosi mirti.
Vedi Venere bella e con lei Marte,
     Cinto di ferri i piè, le braccia e ’l collo,
     E Plutone e Proserpina in disparte;
Vedi Iunon gelosa, e ’l biondo Apollo
     155Che solea disprezzar l’etate e l’arco
     Che gli diede in Tessaglia poi tal crollo.
Che debb’io dir? In un passo men varco:
     Tutti son qui in prigion gli dèi di Varro;
     E di lacciuoli innumerabil carco
160Ven catenato Giove innanzi al carro. -