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P A R T E . 257

SONETTO CCCXI.


MOrte à spento quel sol ch’abagliar suolmi,
     E ’n tenebre son gli occhi interi et saldi;
     Terra è quella ond’io ebbi et freddi et caldi;
     4Spenti son i miei lauri, or querce et olmi:
Di ch’io veggio ’l mio ben; et parte duolmi.
     Non è chi faccia et paventosi et baldi
     I miei penser’, nè chi li agghiacci et scaldi,
     8Nè chi li empia di speme, et di duol colmi.
Fuor di man di colui che punge et molce,
     Che già fece di me sì lungo stratio,
     11Mi trovo in libertate, amara et dolce;
Et al Signor ch’i’ adoro et ch’i’ ringratio,
     Che pur col ciglio il ciel governa et folce,
     14Torno stanco di viver, nonchè satio.


SONETTO CCCXII.


TEnemmi Amor anni ventuno ardendo,
     Lieto nel foco, et nel duol pien di speme;
     Poi che madonna e ’l mio cor seco inseme
     4Saliro al ciel, dieci altri anni piangendo.
Omai son stanco, et mia vita reprendo
     Di tanto error che di vertute il seme
     Ha quasi spento; et le mie parti extreme,
     8Alto Dio, a te devotamente rendo:
Pentito et tristo de’ miei sí spesi anni,
     Che spender si deveano in miglior uso,
     11In cercar pace et in fuggir affanni.
Signor che ’n questo carcer m’ài rinchiuso,
     Tràmene, salvo da li eterni danni,
     14Ch’i’ conosco ’l mio fallo, et non lo scuso.