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SONETTO CCXCVIII.


D
El cibo onde ’l signor mio sempre abbonda,

     Lagrime et doglia, il cor lasso nudrisco,
     Et spesso tremo et spesso impallidisco,
     4Pensando a la sua piaga aspra et profonda.
Ma chi nè prima simil nè seconda
     Ebbe al suo tempo, al lecto in ch’io languisco
     Vien tal ch’a pena a rimirar l’ardisco,
     8Et pietosa s’asside in su la sponda.
Con quella man che tanto desiai,
     M’asciuga gli occhi, et col suo dir m’apporta
     11Dolcezza ch’uom mortal non sentì mai.
" Che val, dice, a saver, chi si sconforta?
     Non pianger più: non m’ài tu pianto assai?
     14Ch’or fostù vivo, com’io non son morta!"


SONETTO CCXCIX.


R
Ipensando a quel, ch’oggi il Ciel’onora,

     Soave sguardo, al chinar l’aurea testa,
     Al volto, a quella angelica modesta
     4Voce che m’adolciva, et or m’accora,
Gran meraviglia ò com’io viva anchora:
     Nè vivrei già, se chi tra bella e honesta,
     Qual fu più, lasciò in dubbio, non sì presta
     8Fusse al mio scampo, là verso l’aurora.
O che dolci accoglienze, et caste, et pie;
     Et come intentamente ascolta et nota
     11La lunga historia de le pene mie!
Poi che ’l dì chiaro par che la percota,
     Tornasi al ciel, chè sa tutte le vie,
     14Humida gli occhi et l’una et l’altra gota.