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P A R T E. 241

SONETTO CCXCII.


O tempo, o ciel volubil, che fuggendo
     Inganni i ciechi et miseri mortali,
     O dì veloci più che vento et strali,
     4Ora ab esperto vostre frodi intendo:
Ma scuso voi, et me stesso riprendo,
     Chè Natura a volar v’aperse l’ali,
     A me diede occhi, et io pur ne’ miei mali
     8Li tenni, onde vergogna et dolor prendo.
Et sarebbe ora, et è passata omai,
     Di rivoltarli, in più secura parte,
     11Et poner fine a li ’nfiniti guai;
Nè dal tuo giogo, Amor, l’alma si parte,
     Ma dal suo mal; con che studio tu ’l sai;
     14Non a caso è vertute, anzi è bell’arte.


SONETTO CCXCIII.


QUel, che d’odore et di color vincea
     L’odorifero et lucido Oriente,
     Frutti, fiori, erbe, e frondi; onde ’l Ponente
     4D’ogni rara eccellenza il pregio avea,
Dolce mio Lauro, ov’ abitar solea
     Ogni bellezza, ogni vertute ardente,
     Vedeva a la sua ombra honestamente
     8Il mio signor sedersi et la mia dea.
Ancor io il nido di penseri electi
     Posi in quell’alma pianta; e ’n foco, e ’n gielo
     11Tremando, ardendo, assai felice fui.
Pieno era il mondo de’ suoi honor’ perfecti,
     Allor che Dio per adornarne il cielo
     14La si ritolse: e cosa era da lui.