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240 S E C O N D A

SONETTO CCXC.


TOrnami a la mente, anzi v’è dentro, quella
     Ch’indi per Lete esser non può sbandita,
     Qual io la vidi in su l’età fiorita,
     4Tutta accesa de’ raggi di sua stella.
Sì nel mio primo occorso honesta et bella
     Veggiola, in sè raccolta, e sì romita,
     Ch’i’ grido; Ell’è ben dessa; anchor è in vita:
     8E ’n don le cheggio sua dolce favella.
Talor risponde, et talor non fa motto.
     I’ come huom ch’erra, et poi più dritto estima,
     11Dico a la mente mia; Tu se’ ’ngannata.
Sai che ’n mille trecento quarantotto,
     Il dì sesto d’aprile, in l’ora prima,
     14Del corpo uscìo quell’anima beata.


SONETTO CCXCI.


QUesto nostro caduco et fragil bene,
     Ch’è vento et ombra, et à nome beltate,
     Non fu già mai se non in questa etate
     4Tutto in un corpo, et ciò fu per mie pene:
Chè Natura non vòl, nè si convene,
     Per far ricco un, por li altri in povertate;
     Or vèrso in ogni sua largitate
     8(perdonimi qual è bella, o si tene).
Non fu simil bellezza anticha o nova,
     Nè sarà, credo; ma fu sì converta,
     11Ch’a pena se n’accorse il mondo errante.
Tosto disparve: onde ’l cangiar mi giova
     La poca vista a me dal cielo offerta
     14Sol per piacer a le sue luci sante.