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SONETTO CCLXXXVI.


QUel vago, dolce, caro, honesto sguardo
     Dir parea: - To’ di me quel che tu pôi,
     Chè mai più qui non mi vedrai da poi
     4Ch’avrai quinci il pe’ mosso, a mover tardo. -
Intellecto veloce più che pardo,
     Pigro in antivedere i dolor’ tuoi,
     Come non vedestù nelli occhi suoi
     8Quel che ved’ora, ond’io mi struggo et ardo?
Taciti sfavillando oltra lor modo,
     Dicean: - O lumi amici che gran tempo
     11Con tal dolcezza feste di noi specchi,
Il ciel n’aspetta: a voi parrà per tempo;
     Ma chi ne strinse qui, dissolve il nodo,
     14E ’l vostro per farv’ira, vuol che ’nvecchi. -



CANZONE XLV.


SOlea da la fontana di mia vita
Allontanarme, et cercar terre et mari,
Non mio voler, ma mia stella seguendo;
Et sempre andai, tal Amor diemmi aita,
5In quelli esilii quanto e’ vide amari,
Di memoria et di speme il cor pascendo.
Or lasso, alzo la mano, et l’arme rendo
A l’empia et vïolenta mia fortuna,
Che privo m’à di sì dolce speranza.
10Sol memoria m’avanza,
Et pasco ’l gran desir sol di quest’una:
Onde l’alma vien men frale et digiuna.
Come a corrier tra via, se ’l cibo manca,
Conven per forza rallentare il corso,
15Scemando la vertù che ’l fea gir presto,
Così, mancando a la mia vita stanca