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SONETTO CCLXXVIII.


I dì miei più leggier’ che nesun cervo,
     Fuggîr come ombra, et non vider più bene
     Ch’un batter d’occhio, et poche hore serene,
     4Ch’amare et dolci ne la mente servo.
Misero mondo, instabile et protervo
     Del tutto è cieco chi ’n te pon sua spene:
     Chè ’n te mi fu ’l cor tolto, et or sel tène
     8Tal ch’è già terra, et non giunge osso a nervo.
Ma la forma miglior, che vive anchora,
     Et vivrà sempre, su ne l’alto cielo,
     11Di sue bellezze ogni or più m’innamora;
Et vo, sol in pensar, cangiando il pelo,
     Qual ella è oggi, e ’n qual parte dimora,
     14Qual a vedere il suo leggiadro velo.



SONETTO CCLXXIX.


SEnto l’aura mia anticha, e i dolci colli
     Veggio apparire, onde ’l bel lume nacque
     Che tenne gli occhi mei mentr’al ciel piacque
     4Bramosi et lieti, or li tèn tristi et molli.
O caduche speranze, o penser’ folli!
     Vedove l’erbe et torbide son l’acque,
     Et vòto et freddo ’l nido in ch’ella giacque,
     8Nel qual io vivo, et morto giacer volli,
Sperando alfin da le soavi piante
     Et da begli occhi suoi, che ’l cor m’ànn’arso,
     11Riposo alcun de le fatiche tante.
O’ servito a signor crudele et scarso:
     Ch’arsi quanto ’l mio foco ebbi davante,
     14Or vo piangendo il suo cenere sparso.