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218 S E C O N D A

SONETTO CCLXVI.


I pensava assai destro esser su l’ale,
     Non per lor forza, ma di chi le spiega,
     Per gir cantando a quel bel nodo eguale
     4Onde Morte m’assolve, Amor mi lega.
Trovaimi a l’opra via più lento et frale
     D’un picciol ramo cui gran fascio piega,
     Et dissi: - A cader va chi troppo sale,
     8Nè si fa ben per huom quel che ’l ciel nega. -
Mai non poria volar penna d’ingegno,
     Nonchè stil grave o lingua, ove Natura
     11Volò, tessendo il mio dolce ritegno.
Seguilla Amor con sì mirabil cura
     In adornarlo, ch’i’ non era degno
     14Pur de la vista: ma fu mia ventura.



SONETTO CCLXVII.


QUella per cui con Sorga ò cangiato Arno,
     Con franca povertà serve richezze,
     Volse in amaro sue sante dolceze,
     4Ond’io già vissi, or me ne struggo et scarno.
Da poi più volte ò riprovato indarno
     Al secol che verrà l’alte belleze
     Pinger cantando, a ciò che l’alme et preze:
     8Nè col mio stile il suo bel viso incarno.
Le lode mai non d’altra, et proprie sue,
     Che ’n lei fur come stelle in cielo sparte,
     11Pur ardisco ombreggiare, or una, or due:
Ma poi ch’i’ giungo a la divina parte
     Ch’un chiaro et breve sole al mondo fue,
     14Ivi manca l’ardir, l’ingegno et l’arte.