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P A R T E . 205

SONETTO CCXL.


QUante fïate, al mio dolce ricetto
     Fuggendo altrui et, s’esser pò, me stesso,
     Vo con gli occhi bagnando l’erba e ’l petto,
     4Rompendo co’ sospir’ l’aere da presso!
Quante fïate sol, pien di sospetto,
     Per luoghi ombrosi et foschi mi son messo,
     Cercando col penser l’alto diletto
     8Che Morte à tolto, ond’io la chiamo spesso!
Or in forma di ninpha o d’altra diva
     Che del più chiaro fondo di Sorga esca,
     11Et pongasi a sedere in su la riva;
Or l’ò veduto su per l’erba fresca
     Calcare i fior’ com’una donna viva,
     14Mostrando in vista che di me le ’ncresca.



SONETTO CCXLI.


ALma felice che sovente torni
     A consolar le mie notti dolenti
     Con gli occhi tuoi che Morte non à spenti,
     4Ma sovra ’l mortal modo fatti adorni:
Quanto gradisco che’ miei tristi giorni
     A rallegrar de tua vista consenti!
     Così comincio a ritrovar presenti
     8Le tue bellezze a’ suoi usati soggiorni,
Là ’ve cantando andai di te molt’anni,
     Or, come vedi, vo di te piangendo:
     11Di te piangendo no, ma de’ miei danni.
Sol un riposo trovo in molti affanni,
     Che, quando torni, te conosco e ’ntendo
     14A l’andar, a la voce, al volto, a’ panni.