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SONETTO CCXXX.


L
’ardente nodo ov’io fui d’ora in hora,

     Contando, anni ventuno interi preso,
     Morte disciolse, nè già mai tal peso
     4Provai, nè credo ch’uom di dolor mora.
Non volendomi Amor perdere anchora,
     Ebbe un altro lacciuol fra l’erba teso,
     Et di nova èsca un altro foco acceso,
     8Tal ch’a gran pena indi scampato fôra.
Et se non fosse esperïentia molta
     De’ primi affanni, i’ sarei preso et arso,
     11Tanto più quanto son men verde legno.
Morte m’à liberato un’altra volta,
     Et rotto ’l nodo, e ’l foco à spento et sparso:
     14Contra la qual non val forza nè ’ngegno.



SONETTO CCXXXI.


L
A vita fugge, et non s’arresta una hora,

     Et la morte vien dietro a gran giornate,
     Et le cose presenti et le passate
     4Mi dànno guerra, et le future anchora;
E ’l rimembrare et l’aspettar m’accora,
     Or quinci or quindi, sì che ’n veritate,
     Se non ch’i’ ò di me stesso pietate,
     8I’ sarei già di questi penser’ fòra.
Tornami avanti, s’alcun dolce mai
     Ebbe ’l cor tristo; et poi da l’altra parte
     11Veggio al mio navigar turbati i vènti;
Veggio fortuna in porto, et stanco omai
     Il mio nocchier, et rotte arbore et sarte,
     14E i lumi bei che mirar soglio, spenti.