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SONETTO CCIII.


L’Alto signor dinanzi a cui non vale
     Nasconder, nè fuggir, nè far difesa;
     Di bel piacer m’avea la mente accesa
     4Con un’ardente, ed amoroso strale;
E benchè ’l primo colpo aspro, e mortale
     Fosse da sè; per avanzar sua impresa,
     Una saetta di pietate ha presa;
     8E quinci, e quindi ’l cor punge, ed assale.
L’una piaga arde, e versa foco, e fiamma;
     Lagrime l’altra, che ’l dolor distilla
     11Per li occhi mei del vostro stato rio:
Nè per duo fonti sol’una favilla
     Rallenta dell’incendio che m’infiamma;
     14Anzi per la pietà cresce ’l desio.



SONETTO CCIV.


MIra quel colle, o stanco mio cor vago:
     Ivi lasciammo ier lei ch’alcun tempo ebbe
     Qualche cura di noi, e le ne ’ncrebbe,
     4Or vorria trar degli occhi nostri un lago.
Torna tu in là, ch’io d’esser sol m’appago;
     Tenta, se forse ancor tempo sarebbe
     Da scemar nostro duol, che’n fin qui crebbe;
     8O del mio mal participe, e presago.
- Or tu ch’ài posto te stesso in oblio
     E parli al cor pur com’e’ fusse or teco;
     11Misero, e pien di pensier vani, e sciocchi!
Ch’al dipartir dal tuo sommo desio
     Tu ten’andasti; e’ si rimase seco,
     14E si nascose dentro a’ suoi belli occhi.