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P A R T E . 163

SONETTO CLXXXIII.


IL cantar novo, e ’l pianger delli augelli
     In sul dì fanno risentir le valli,
     E ’l mormorar de’ liquidi cristalli
     4Giù per lucidi freschi rivi, e snelli.
Quella ch’ha neve il volto, oro i capelli;
     Nel cui amor non fur mai inganni, nè falli,
     Destami al suon degli amorosi balli,
     8Pettinando al suo vecchio i bianchi velli.
Così mi sveglio a salutar l’Aurora,
     E ’l Sol, ch’è seco, e più l’altro, ond’io fui
     11Ne’ primi anni abbagliato, e sono ancora.
I’ gli ho veduti alcun giorno ambedui
     Levarsi insieme; e ’n un punto, e ’n un’ora,
     14Quel far le stelle, e questo sparir lui.



SONETTO CLXXXIV.


ONde tolse Amor l’oro, et di qual vena
     Per far due trecce bionde? e ’n quali spine
     Colse le rose; e ’n qual piaggia le brine
     4Tenere, et fresche; et diè lor polso, et lena?
Onde le perle in ch’ei frange, et affrena
     Dolci parole, oneste, e pellegrine?
     Onde tante bellezze, et sì divine
     8Di quella fronte più che ’l ciel serena?
Da quali angeli mosse, e di qual spera
     Quel celeste cantar che mi disface
     11Sì, che m’avanza omai da disfar poco?
Di qual Sol nacque l’alma luce altera
     Di que’ belli occhi ond’i’ho guerra e pace,
     14Che mi cuocono 'l cor'n ghiaccio, e a foco?