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P A R T E. 149

SONETTO CLXVII.


NOn pur quell’una bella ignuda mano
     Che con grave mio danno si riveste;
     Ma l’altra, e le duo braccia accorte, e preste
     4Son' a stringer il cor timido, e piano.
Lacci Amor mille, e nessun tende in vano,
     Fra quelle vaghe nove forme oneste:
     Ch’adornan sì l’alt'abito celeste,
     8Ch’aggiunger nol può stil, nè ’ngegno humano;
Gli occhi sereni, e le stellanti ciglia;
     La bella bocca angelica, di perle
     11Piena, e di rose, e di dolci parole,
Che fanno altrui tremar di maraviglia;
     E la fronte, e le chiome, ch’a vederle
     14Di state a mezzo dì vincono il Sole.



SONETTO CLXVIII.


MIa ventura, ed Amor m’avean sì adorno
     D’un bell'aurato, e serico trapunto:
     Ch’al sommo del mio ben quasi era aggiunto
     4Pensando meco a chi fu quest’intorno:
Nè mi riede alla mente mai quel giorno
     Che mi fe’ ricco, e povero in un punto;
     Ch’i’ non sia d’ira, e di dolor compunto,
     8Pien di vergogna, e d’amoroso scorno;
Che la mia nobil preda non più stretta
     Tenni al bisogno; e non fui più costante
     11Contra lo sforzo sol d’una angioletta;
O fuggendo, ale non giunsi alle piante,
     Per far almen di quella man vendetta
     14Che degli occhi mi trae lagrime tante.