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SONETTO CLXI.


L’Aura gentil che rasserena i poggi
     Destando i fior per questo ombroso bosco,
     Al soave suo spirto riconosco;
     4Per cui convien che ’n pena, e ’n fama poggi.
Per ritrovar ove ’l cor lasso appoggi,
     Fuggo dal mio natio dolce aere Tosco:
     Per far lume al pensier torbido, e fosco,
     8Cerco ’l mio Sole; e spero vederlo oggi:
Nel qual provo dolcezze tante, e tali,
     Ch’Amor per forza a lui mi riconduce;
     11Poi sì m’abbaglia, che ’l fuggir m’è tardo.
Io chiedre' a scampar, non arme, anzi ali:
     Ma perir mi dà ’l ciel per questa luce;
     14Chè da lunge mi struggo, e da press'ardo.



SONETTO CLXII.


DI dì in dì vo cangiando il viso, e ’l pelo:
     Nè però smorso i dolci inescati ami;
     Nè sbranco i verdi, ed invescati rami
     4De l’arbor che nè Sol cura, nè gielo.
Senz’acqua il mare, e senza stelle il cielo
     Fia inanzi, ch’io non sempre tema, e brami
     La sua bell’ombra; e ch’i’ non odi, ed ami
     8L’alta piaga amorosa, che mal celo.
Non spero del mio affanno aver mai posa
     Infin ch’i’ mi disosso, e snervo, e spolpo,
     11O la nemica mia pietà n’avesse.
Esser può in prima ogni impossibil cosa,
     Ch’altri che Morte, od ella sani ’l colpo
     14Ch’Amor co’ suoi begli occhi al cor m’impresse.